mercoledì 14 marzo 2012

fughe


Sono nudo o quasi; forse solo in mutande e corro.
Salgo le scale spaventato, sono carico d’adrenalina che pompa i muscoli rendendoli molle poderose.
C’è una porta socchiusa in cui entro trafelato, sudato, spossato. Dentro poca luce.
Mi fermo per rifiatare, mani appoggiate alle ginocchia.
Il fiato copre ogni rumore. Il respiro è breve e avido, in sincrono con il battito del cuore.
Poco dopo sento i passi salire veloci le scale. Sento porte sbattere, suole scivolare, gesti esperti carichi di determinazione.
Sono al piano di sotto, stanno raggiungendo questo.
Arriveranno, lo so, lo sento.
Mi aggiro per la casa disabitata, piano osservando tutto, sapendo che dovrò cogliere da un particolare apparentemente insignificante il segnale che mi consentirà di continuare la mia fuga.
Uno sgabuzzino con una finestrella.
Entro, controllo la grandezza della stessa: sì, ci passo, penso.
Pur essendo al quinto piano di un caseggiato del tutto simile a quelli parigini, so che quella è la mia sola possibilità di salvezza.
La finestrella è sorretta da due catenelle arrugginite attaccate a due gancetti messi all’estremità della stessa.
Sento dei rumori alla porta d’ingresso. Devo agire con lucidità senza farmi tradire dal terrore.
C‘è quest’ansia che mi alita addosso da dentro, che m’impedisce di far ordine, d’immettere la logica nel mio pensare, che diventa tachicardico, generato da reazione e non da volontà.
Tolgo prima la catenina di destra, poi quella di sinistra, tenendo con l’avambraccio la finestrella evitando di farla sbattere al muro.
La porta intanto resiste, ma sta per cedere.
Mi aiuto con le braccia per passare attraverso la finestrella: ci sto, sembra tagliata su misura per me. Non so cosa c’è oltre, ma mi fido. Senza guardare altro mi volto e rimetto tutto a posto: i ganci rientrano al loro posto tra le catenelle.
Non so come, ma scendo verso la strada.
Non so come ma ora sono in mutande che corro in una strada non più di Parigi, ma di Mestre centro.
Non so come, ma so che loro sono lì al quinto piano del condominio parisienne che mi vedono scappare.
Non so come e perché scappo; non so da chi.
Il giorno dopo, sono vestito.
Il giorno dopo sono nudo, scoperto, in carne viva per l’ansia.
Il giorno dopo sono pronto a riprendere la fuga perché so che da qualche parte, all’improvviso, sbucheranno dal nulla e m’inseguiranno.


La sveglia mi sveglia.
Ho il respiro affannato, come chi abbia corso tutta notte.

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