lunedì 30 aprile 2012

intervista telepadova 7 gold con Stefano Pittarello, 1° parte






La prima parte dell’intervista con il giornalista Stefano Pittarello di telepadova 7 gold.
Rivedendola, scambiando le nostre opinioni con l’amico Frank- il Belcastro dei supermarket-, dicendogli delle impressioni che ho avuto riguardandola, mi ha detto che “sembravo teso come uno studente universitario durante un esame”. Mi pare la descrizione più azzeccata, molto più della mia che era farraginosa, complicata, aggrovigliata come un nodo che non si scioglie.
Mi ha poi confidato che nella seconda parte sono molto più sciolto e pertinente, e questo mi ha rilassato.
Ricordo la sensazione entrando nella palazzina che ospita la tivù e altre emittenti ( radio e televisioni): mi credevo rilassato, pronto a parlare, rispondere, come ogni giorno. Rivedendomi invece, devo ricredermi: evidentemente non lo ero, non sono abituato ai tempi televisivi, non ho saputo dire le molte parole che prima di entrare, avevo pensato.  
Intanto guardate questa, poi ne riparliamo.

Cristiano

domenica 29 aprile 2012

anonima: altra non risposta


Cara anonima 2

Cara anonima,
non so come iniziare a dire che non sento, in questo preciso istante, alcuna attitudine a risposte attendibili.
Sono a secco di cronache coinvolgenti, e al massimo ho da offrire un’ordinaria quotidianità.
Ma tant’è, qualcosa ne verrà fuori.

In questo periodo sto rivedendo la gerarchia delle priorità della mia vita.
La mia vita è stata finora una miscellanea di avvenimenti più o meno pregnanti e significativi. Di questi ho selezionato i più importanti e scartato gli inutili.
Questo è ciò che m’illudo sia: la verità però, nella sua totalità, quella nascosta e segreta, messa in un cantuccio, è pronta, al bisogno, ad uscire: attende senz’ansia di essere richiamata in superficie.
Per cui, talvolta, proprio quando non aspetto nulla, d’improvviso si manifesta nei modi più strani. Può essere un sogno, un calo d’umore passeggero, un benessere momentaneo. Tutta roba che va e viene senza che io ne richieda la presenza.
Mi viene da pensare che, tra le cose che vengono così con le loro gambe senza che le abbia invitate, ci sei anche tu.
Prima di offenderti, però, lasciami il tempo di spiegare. E considera anche però, come dicevo all’inizio di questa mia, che sto andando avanti facendomi portare dalle dita che scrivono senza che io le comandi: senza trame o teorie; sono servo di queste dita che battono i tasti.
Bada bene però: un servo felice di obbedire.
Dicevo: tu, paradigma dell’improvvisazione; di quel che c’è, là, nascosto, e che di solito non si nota, ma che poi compare per ragioni misconosciute.
Sono insomma consapevole di non esserlo; consapevole, intendo.
E con consapevolezza intendo attenzione, coscienza; di ciò che accade e perché.

In questo periodo ho vissuto dei momenti in cui il tempo non era calcolabile col tempo.
Mi spiego meglio.
Il tempo ordinario, supponiamo quello del lavoro, dura da, a: inizi alle otto di mattina e sai che finirai alle due del pomeriggio.
Quelle sei ore sono un tempo ordinario, calcolabile in forma lineare, cui ci si abitua talmente che alla fine l’orologio serve solo a confermare che la percezione del tempo è corretta – del tipo: c’ho una fame, dev’ essere almeno l’una -.
Per cui viviamo per la maggior parte in sintonia biologica col tempo.
Forzata, schiavizzante, se vuoi, ma non intendo questo; non ora, almeno.
Dunque: il tempo è definito e misurabile per convenzione.
Ma ti è mai capitato – è una rarità ma sono certo che mi capirai – di sentirti in una dimensione totalmente destrutturata rispetto al tempo e allo spazio?
Tipo tu sei in un dato posto ad una tal ora ma questo è ininfluente, in quel preciso istante, per una sorta di magia spazio-temporale, ovunque tu sia, sei al centro esatto della scena e il tempo smette di essere un vincolo o una risorsa perché non è più. Ha smesso di funzionare in modo organizzato ed è totalmente a tua disposizione perché in quei momenti tu sei totalmente presente, e anche assente però, e semplicemente sei. Senza più fare, pensare; sei solo respiro e massa fisica che si scioglie, si amalgama e compenetra nella materia circostante.
Quei momenti accadono senza che noi abbiamo chiesto permessi, o proferite preghiere, o chiusi gli occhi, o smesso di essere, o iniziato a essere: succede in modo miracoloso e inaspettato, e ce ne accorgiamo e riusciamo a testimoniarlo, attraverso l’esperienza.

Ti racconto per mezzo di un gioco per ragazzi della play station, questa cosa sul tempo.
L’altro giorno assistevo ad una partita di un giochetto di cui non ricordo il nome. Consisteva nel vincere una gara svolta con mezzi improbabili tipo macchinette, contro una galleria di personaggi assurdi. Ogni scorrettezza è ammessa e addirittura incentivata da casse che contengono trucchi di ogni genere per sbaragliare l’avversario. Tra questi strumenti trita-avversari ce n’è uno col simbolo di sveglia: questa consente di godere di una velocità normale mentre tutti gli altri rallentano come vittime di una moviola che investe, per qualche secondo, soltanto loro. La grafica riproduce efficacemente un ambiente rarefatto dove, per qualche tempo, tutto rallenta.

Insomma t’è mai capitato di vedere una luce cristallina, una pulizia nell’aria; di sentire una chiarezza e serenità mentali, una profonda pace interiore senza ragioni che le giustificassero?
Il tutto, di una forza straordinaria; di una delicatezza emozionante; di un fulgore abbagliante ma amico?
A me sì!
E so che succederà ancora.
Ma, poi, non so se sentirmi triste quando torno a vedere e sentire attraverso il filtro della normalità, con la tara della paura, con l’attacco di quando mi difendo.
Non so più che dire, cara amica anonima.
Ti chiamo amica pur non sapendo cosa pensi dell’amicizia.
In amicizia, io, vorrei essere sciolto, non sentirmi minacciato. Essere liscio seppur pieno di conflitti.
Amare con passione.
Ed avere, come unico desiderio, quello di essere sempre così.

La sera, come ogni giorno, di sera, sta avvolgendo la città e i pensieri.
E ora inoltrerò questa lettera così com’è, senza ripensamenti o correzioni.
L’ho scritta in bella e non l’ho corretta.
Perché tra amici si deve avere anche il coraggio di sbagliare.
Attendo la tua prossima, se vorrai scriverla.
Ciao.

Cristiano Prakash Dorigo

sabato 28 aprile 2012

anonima 2 la risposta


e l'anonima rispondeva, continuando il gioco di specchi. 


Anonima  2 la risposta

La pioggia bagna finanche l’umore, umido come d’autunno.
Il paesaggio s’ingrigisce, testimone della propria peculiarità stagionale. Non fa nient’altro che rappresentare se stesso.
E come si sta, dentro casa quando fuori piove?
Ma come piove bene sugli impermeabili.

Questa la cornice, che non mancherà d’accompagnare queste mie parole. Giusto per dire che, dovesse prevalere una certa flessione triste, si dia colpa al tempo.
Mi rendo conto che continuo a proporre premesse su premesse, in quanto preda dell’imbarazzo. Mi sento inglese in questo rispecchiarmi col tempo, con la volatilità di pensieri decontestualizzati dalla loro storia.

Sì, sono io, l’anonima che ti ha spedito quella lettera per sbaglio.
È lecito provare imbarazzo di fronte a qualcuno che non conosci?
Non lo so se lo sia;  per me, però, è così. Rappresenta, seppur parzialmente, una realtà con cui fare i conti: io almeno, devo.
Ho scoperto tra l’altro che hai messo in rete la mia e la tua risposta.
Non so bene qual’era il tuo intento. Ho come avuto l’impressione che t’inorgoglisse il fatto di portare in pubblico una questione privata: in nome della purezza e della trasparenza.
Non che abbia grandi recriminazioni da fare; anzi, mi ha fatto piacere leggere tra i commenti una certa comprensione; solidarietà femminile, forse.
Però, e non vorrei sembrasse un rimprovero, io avrei chiesto se c’era l’accordo dall’altra parte.

La spinta a riscriverti – e ti concedo fin d’ora il permesso di pubblicare, se serve a qualcosa – è tutta  all’interno di una curiosità un po’ perversa, in un certo senso: fino a dove arriveremo, fino a quanto sapremo spingerci, io in particolare, incoraggiata dall’anonimato.
Ha una forma di erotismo– tutto femminile, non spaccarti il cervello a capire, non ti servirebbe comunque– quest’esibizione pubblica, nascosta dietro uno pseudonimo.
È come proporsi soltanto attraverso le parole e le emozioni che ne conseguono. Ed è tutto il contrario, ma al tempo stesso lo stesso, di esibire il proprio corpo sottacendo quello che passa dentro.
Una forma di esibizione al contrario, e i contrasti sono il pane dell’eccitazione.
E non solo di questa.
Passiamo tutta la vita cercando di armonizzare le nostre contraddizioni, i paradossi, le pulsioni vergognose e irrazionali, a tal punto da esserci perfino convinti d’essere scissi, divisi, formati da più componenti a sé stanti.
Penso a come ci si esibisce ogni giorno, indossando identità diverse ogni qualvolta interagiamo con qualcuno.
E con noi stessi per primi.
Spesso però non sappiamo accogliere nemmeno i nostri pensieri, le tentazioni, fantasie, desideri.
E altrettanto spesso pensiamo e agiamo in un certo senso, salvo poi dire il contrario.
E non sto dicendo che tutti dovremmo dire tutto quello che ci passa per la testa e spiattellarlo a chiunque.
No, non potrei dire questo perché non sono scema, né ingenua, né disperatamente depressa.
Sto passando un periodo neanche tanto male da un punto di vista personale, tra l’altro.
Solo che se guardo soltanto in superficie, in velocità, tutto è ok.
Ma se mi fermo, vedo, capisco; allora non posso esimermi dal dire, sprezzante e cattiva, che la realtà in cui viviamo è peggio di un incubo: è una finzione assurta a realtà, una bugia che somiglia ad una verità comoda. 
E sta avvenendo lentamente; si scivola impercettibilmente dentro un’illusione, con idiomi e codici ed estetiche inventate.
Forse scrivere queste cose“ lede la mia immagine”. Ma io, almeno qui, ho una non immagine, e posso denudarmi, e correre rischi, potendomelo tranquillamente permettere, poiché lontani dalla mia persona: qui sono solo un’anonima qualunque, un’entità webbica benché concreta.

E proprio da questo status in cui convivono la massima copertura e il suo contrario, mi sento libera di scrivere, proporre, e lasciare a te la decisione se fare, di questo atipico rapporto senza chiare definizioni d’identità, una sorta di sequel da blog.

Per concludere questa mia nuova, ti dico che la tua risposta, che risposta non era, non almeno in termini canonici, l’ho gradita; seppur poco centrata, mi hanno colpita certe possibili affinità tutte ancora da scoprire e verificare.
Insomma, a livello istintuale, ho gradito e mi “sono sentita in compagnia”

Anonima 

venerdì 27 aprile 2012

Camon e la demagogia a nord est


Spettabile Ferdinando Camon,
ho letto il suo editoriale sulla Nuova Venezia e confesso di essere rimasto impietrito.
Raramente ho letto un’invettiva tanto sconsiderata e pericolosa, da una persona che considero attenta e moderata: lei arriva a dire, anzi esordisce così, che l’assassino non è chi ha sparato, ma i ladri; tradendo tra l’altro, oltre al senso, anche logica e significato. Continua l’articolo dicendo che il commerciante ha il diritto di difendere i propri beni, e che se sorprende i ladri mentre scappano, e non li ferma, rischia di perdere tutto e di non venire mai più risarcito. 
Lei è troppo preparato per non capire e non sapere che le sue parole sono pura demagogia- chi non sarebbe d’accordo con l’affermazione che ognuno ha il diritto di difendere i propri beni?-, e rasentano l’istigazione alla giustizia sommaria, perché l’articolo affronta l’uccisione di un ladro da parte di un commerciante- mi delude, come quando chi si pronuncia a difesa della pena di morte, lo fa dicendo “vorrei vedere se facessero del male ai tuoi cari”-.
Per dar forza alle sue tesi descrive anche la psicologia del ladro, facendone un ritratto posticcio, arbitrario, come se qualcuno potesse nutrire simpatia nei loro confronti, o non capisse la portata della disperazione di chi subisce un torto, che è anche una profanazione violenta.
Troppo semplice, troppo facile, troppo pericoloso.
Lei cita inoltre il clima di esasperazione con cui ci troviamo tutti a convivere, percepito o concreto che sia, concausa con cui mi ritrovo d’accordo.
E spero che sia questo stesso clima ad averla spinta a scrivere queste parole, non certo compassionevoli e comprensive, come ci si aspetterebbe, o come almeno io mi aspetterei, da uno scrittore che scrive in un giornale. Uno che dovrebbe fornire uno sguardo, offrire una suggestione,  aiutare a tradurre le complessità che la moderna vita sociale ci riserva.

Cristiano Prakash Dorigo 

anonima risposta senza risposta





allora, risposi così, senza rispondere.


Cara anonima,
inizio subito dicendoti che sono la persona cui  hai spedito una lettera per errore.
Almeno così credo. Lo credo perché dal nome del mittente, non mi pare di conoscerti.
Ma se ci penso bene, quanta gente presumo di conoscere salvo poi accorgermi, prima o poi accade con tutte, di non poterlo affatto dire? A meno che non si voglia intendere, per conoscenza, quella formale: nome cognome indirizzo professione.
Per cui, se è vero che non ti conosco, questo vale anche per la maggior parte delle persone con cui mi relaziono normalmente.
Non essendo sicuro di esserci riuscito, ti confido che questa premessa serve ad allontanare l’imbarazzo tra noi; come dire che, pur non sapendo nulla di te, nemmeno come sei  fisicamente, la tua lettera mi ti ha fatto conoscere, sotto certi aspetti, meglio di quanto la fisicità dell’incontro, consenta.

Ti sto scrivendo queste prime righe dalla stazione di San Donà di Piave.
Ci sono per ragioni assolutamente irrilevanti ai fini di questa mia, ma mi piaceva l’idea di farti una cronaca di questo mio-nostro tempo.
Perché sono davvero convinto che una lettera possa andare oltre la contingenza spazio-tempo e riesca, in senso metafisico, a renderlo un unicum pur essendo oggettivamente staccato e asincrono.
Scrivo adesso qui in stazione a San Donà di Piave, poi andrò a Mestre, poi tornerò a casa, batterò a computer queste parole che poi tu leggerai lì dove sei: il tutto, però, all’interno di un contesto spazio-temporale unico; per lo meno dal punto di vista della suggestione emotiva che evoca.
Insomma tu leggerai, quando e se vorrai, questa mia, “dopo” che io l’avrò scritta; ma è come se tu lo facessi “durante”, mentre cioè, io la sto scrivendo. C’è un’eternità intrinseca nelle parole, una sorta di magia che le conduce all’immortalità. La tua lettera ne è testimonianza: indipendentemente dal momento in cui l’hai concepita e scritta, scivola attraverso il tempo senza esserne intaccata.
Sono seduto su una panchina di marmo da solo. Attorno a me poca gente, com’è sempre nelle piccole stazioni.
La sera ha oscurato il cielo, le luci illuminano di giallo binari e marciapiedi, e aggiungo che tutto s’intona perfettamente allo stile-stazione.
E’ piena primavera, c’è una temperatura estiva di giorno, fredda di sera; il marmo della panchina, quindi, è ancora caldo del sole della giornata ma sta diventando freddo dal vento pungente che soffia forte, come lo sbuffo di chi è stufo e così facendo spera di buttar fuori le ingombranti angosce che gli stazionano in pancia.
Mentre aspetto i pensieri vengono interrotti dalla voce meccanica dello speaker-robot che indica arrivi e partenze.
E così anch’essi, i pensieri intendo,  come i treni, arrivano, partono, si fermano: la mente è come una stazione; i pensieri come treni; noi sempre i passeggeri.

Il treno che dovevo prendere è in ritardo di mezz’ora, per cui salirò su quello successivo, un regionale.
Guardo l’ora perché voglio capire quanto mi manca; per poter scrivere o almeno leggere, ma i minuti, adesso, hanno il passo veloce per cui smetto.
Poi m’alzo e cammino. Controllo la gente in attesa. M’aggiro con agilità e leggerezza tra loro.
Ecco l’annuncio dell’arrivo.
Puntuale.
Ho voglia di leggere e di starmene dentro a questi pensieri che mi fanno compagnia, e magari continuare a scriverli.
Non riesco a immaginarti fisicamente, ma mi son fatto delle idee su come stai.
E’ da un po’ che osservo ragazze e donne.
Passami queste che sembrano generalizzazioni e che non rappresentano il mio fine.
Da queste osservazioni nascono pensieri che poi, poco per volta, impercettibilmente, diventano una realtà. Cosicché ci credo, come fosse una teoria letta su di un libro attendibile anziché fantasie create da me.
Vedo quegli sguardi persi fuori dai finestrini degli autobus. Oppure concentrati dentro le pagine di libri. O impegnate in telefonate così intense che sembrano importanti come il destino.
E in quasi tutte vedo dolcezza e amarezza, come chi è disillusa già da un po’.
Non so capire se la verità è in quegli occhi; o se invece non sia la mia immaginazione.
Mi rendo conto che perdersi in entusiasmi così auto-indotti come i miei non contempla, tra gli ingredienti, la realtà. Bastano le proiezioni e i film e romanzi che scaturiscono ormai inarrestabili, neanche fossi un’artista professionista che scrive per mestiere.
Ma dicevo dello sguardo delle donne che incontro e osservo ogni giorno.
Quelle che hanno superato la trentina, in particolare.
Nel volto, anche se bello, hanno sovente disegnata come una smorfia, pur tentando di dissimularla con generosi sorrisi.
E la smorfia disegna ed esprime il disincanto, la fine dell’illusione.
Quello di chi ha già capito, con largo anticipo, che la vita è tutta qui; solo questa, fatta di autobus strapieni, di una quotidianità stritolante, asfittica, senza la possibilità di variare.
Una vita senza curve, con la fatica del resisterle per non precipitarvi dentro senza paracadute, in balia di una discesa grigio topo, come il cielo di novembre.
Molte hanno quell’espressione, e per quasi tutte vorrei fare qualcosa: raccontare barzellette, ballare, fare strip-tease; portare l’allegria del giullare e la leggiadria del play boy che, fortuna loro, mai sarò.
Forse basterebbe dirgli parole dolci, mentire anche per solo un minuto, e dire che non è finita qui; che non c’è solo la tivù la sera.
Ma non ne ho la forza, il coraggio, e forse nemmeno la voglia.
Amo e odio la forza di voi donne.
Ammiro, non senza invidia, la capacità di stare sempre al cospetto della verità pur desiderando il sogno. Non come noi uomini– ma chi sono io per parlare di “voi” e di “noi”?-, che  possiamo che stare nella realtà solo pochi attimi, e fuggire di continuo verso proiezioni fasulle, verso glorie inutili, verso effimere affermazioni.

Salgo sulla carrozza, la terzultima di testa.
Dentro m’avvolge un intenso odore d’urina.
Cerco un posto e lo trovo di fronte a un nero africano in Italia da molto tempo; così immagino che sia, guardandolo appena un po’.
Tolgo la giacca, l’appoggio sul sedile, esitando appena nell’accomodarmi, a causa dell’odore cui non mi sono ancora abituato.
Sul sedile a destra una bionda da sola. Ha una minigonna e due cosce larghe, un maglioncino e un seno abbondante.
Continuo a scrivere sull’agendina: quest’atmosfera ha il sapore dell’ispirazione. Poi tiro fuori anche il libro e metto giù lo zaino. Mando un sms ad un amico raccontandogli dove sono, in compagnia di chi e di quale odore.
Dopo un po’ il vociare di una triade di neri s’alza e invade il suono monotono del treno, impadronendosene.
Parlano un inglese dalla pronuncia poco anglosassone. Devono essere di nazionalità diverse, per comunicare tra loro in quel modo.
Ad un certo punto giungono due bigliettai e inizia una discussione che sa di consuetudine.
Ognuno recita la sua parte.
Uno dei neri dice a quelli che “sono rassisti, perché controli biglietto solo a me”. L’altro risponde monocorde “ fammi vedere il biglietto”. Gli animi s’agitano, la fatica solca i loro visi.
Si scambiano insulti ancora a livello lecito, senza esagerare. Ognuno cerca di stufare l’altro con consumata abilità.
Ad un certo punto uno dei neri tira fuori l’abbonamento. Il bigliettaio vuole il documento. Lui dice no. Si rivolge agli amici dicendo che no, “let come police”; fa venire polisia, carabinieri, guardia di finansa, non m’interessa. Poi scendono e farfugliano qualcosa. Il treno parte e i due bigliettai, col piè veloce, ci passano accanto nervosamente.
Penso ai neri e alla fatica di essere neri.
Ai ferrovieri, stufi anch’essi di questa guerra continua.
Penso alla stupidità, perfettamente maschile, di faticare per sfidarsi di continuo.
Io sento soltanto una voglia di pace, di stare alle cose con morbidezza, di affrontare la mia vita con attenzione, senza perdere energie in scontri di potere da pusillanimi.
Ma sono anch’io un maschietto da poco, e non ci riesco mai.

Ti capisco, cara amica –posso chiamarti così? – quando accusi la stanchezza di una vita trascinata tra continue finzioni e sfide e confronti.
Ma perché? Perché facciamo così?
Perché siamo straripanti di pensieri poco educati, che ci hanno sempre suggerito di non prendere nemmeno in considerazione e di cestinarli non appena possibile?
Perché le nostre impurità e imperfezioni, si scontrano con modelli usciti dai corsi di marketing, e questo è davvero triste?
Perché se siamo così, ci siamo fatti convincere che è sbagliato?
Mi concedo una riflessione ingenua e spavalda, per poi vergognarmene: credo che religioni e politica esercitino così il loro controllo su di noi.
E anch’io ho sofferto molto per questo; ma ora no, ora so come farci il calcolo e calibrare le energie che mi servono per rendere il mio dentro e il fuori, un contesto tendente all’armonico.
Che poi non è affatto detto che ci riesca; anzi, quasi mai. Però ne ho toccato con mano la fattibilità. E fedele all’idea che se un fenomeno si manifesta una volta, in teoria, può ripetersi; e mi ci faccio cullare, tra consapevolezza e illusione.
E un po’ alla volta sto imparando a smussare gli angoli, ad avere pazienza quando non ci riesco, a considerare le ingorde felicità, e le avvolgenti tristezze, come fenomeni passeggeri.
Sto cercando di dirti che le tue parole, aldilà del senso stretto e rigoroso, e anche, consentimi, molto logico, sono state per me fonte di emozione.
E non per la loro efficacia lessicale, o per il fatto che fossero scritte con cavillosa pertinenza; no, mi hanno colpito perché trasmettevano una tensione vissuta, un coinvolgimento intrinseco. Che se vuoi, concedimelo, è la differenza che fanno le parole del letterato senza talento, da quelle meno ammaestrate del talentuoso, che sono lasciate andare come figli cui, ad un certo punto, bisogna concedere autonomia.

Quante cose sto dicendo. Tutte così poco inerenti alla tua bella lettera.
Sto arrivando in stazione e ormai la tensione da battibecco di prima sta svanendo.
Mestre, al solito, trabocca di gente in attesa di qualcuno che arriva o che parte.
O di  che devono partire per chissà dove, mete sconosciute che danno a stazioni e aeroporti un alone di mistero.
Scendo circondato da gente, ovunque.
Imbocco il sottopasso, il tunnel che unisce le due parti della terraferma veneziana.
Un pezzo di terra di nessuno che è sempre piena di gente. Un simbolo delle nostre paure moderne, atte ad allargare le distanze circospette che teniamo gli uni dagli altri.
Fuori la sera ha riassunto il controllo della situazione e proietta ombre e umori silenziosi.
Incrocio una coppia di neri: lei coi tacchi, le forme tonde e sode; lui sembra essere una comparsa di Spike Lee, con un impeccabile, pacchiano completo bianco e cappello appena storto. La loro andatura è chiassosa di tacchi. Lei: dinoccolata e morbida. Lui:  muscoli scattanti e posa gangsta.
Poi una coppia nostrana. Capelli lucidi, odore di deodorante sparatosi addosso con l’irruenza dei giovani.
Mi sovvengono le parole di un’amica che mi raccontava, in riferimento all’odore della pelle, che i neri considerano la nostra odorante di morte, tanto è impercettibile.
M’avvio verso la mia meta mentre penso a queste parole come alle ultime.
Quando arriverò a casa e le trascriverò e spedirò via computer.

Gli ultimi pensieri riguardano il senso di tutto ciò; o forse la sua mancanza.
Mi chiedo cos’abbia scritto per te, e la risposta è niente.
Niente di pertinente con la tua precedente.
E allora, e poi chiudo, spero almeno ti abbia fatto compagnia.
Se così non fosse, credimi, mi spiacerebbe molto.
Adesso sai dove trovarmi, se vuoi.
Ciao

Cristiano Prakash Dorigo

giovedì 26 aprile 2012

confessione anonima


Anonima

Anni fa avevo scritto una serie di non so che, che avevo titolato “ciclo anonime”. La cosa curiosa è che nessuno capiva se fossero davvero parte di un ciclo epistolare, o se invece fosse un espediente letterario. A distanza di qualche anno confesso di non saperlo nemmeno io, e, dopo lunghe riflessioni, di aver capito che non mi importa. Quello che importa è scrivere, comunicare, interagire, relazionare. Le ripropongo sul nuovo blog perché mi paiono, a tutt’oggi, interessanti.
Ieri ho ricevuto la seguente lettera. Credo sia stata spedita all’indirizzo sbagliato. Leggendola bene, però, mi è sembrata una sorta di lettera aperta; a chiunque.
La inoltro perché se qualcuno dovesse riconoscere il mittente, magari può avvisarla/o.
Mi auguro, così facendo, di non tradire un segreto, di non esporre qualcuno che non lo vorrebbe, al pubblico.
Non so se faccio bene, ma lo faccio.
Come del resto, spesso, non so in senso lato.


Caro amico *********, ti scrivo brevemente come sta andando la mia vita.
Ti chiedo solo di pazientare e di accettare questa mia, come fosse un quadro astratto: parole come colori, pensieri come forme informi, significati duttili adatti all’interpretazione soggettiva da critico dell’arte (altrui).
Allora vado e butto là queste pennellate.

Lo so, ci vediamo poco e quando quel poco si verifica, siamo sopraffatti dall’ansia del non tempo.
L’ultima delle ricchezze per poveri come noi, artisti mancati, esseri umani piegati dal vento che abbiamo sempre preso in volto respirandolo tutto con l’ingordigia dei bimbi che esperiscono l’odore della vita in divenire; ci siamo fatti mancare anche l’unico dei tesori possibili: il tempo per stare bene, scambiarci carezze a piene mani con leggerezza e amore.
Corro, non ho tempo, sono vittima del mio alibi e sto talmente male da non avere più la forza di stare bene anche soltanto per dei brevi frammenti.
Io do la colpa ai tempi moderni, alla televisione, al governo, ai preti, alla mancanza di spiritualità e ad un’altra valigia piena di concause.
Ma d’altronde non è facile accettare la bruttura, la secchezza delle fauci e dell’entusiasmo perduto, col tempo, quando ho iniziato a capire che mai avrei capito.
E tu, dentro quali gabbie nascondi la tua verità?
Non ti mancano le sensazioni di stupore, la bocca aperta e gli occhi sgranati così per niente?
E il cuore che batte e la felicità che trabocca e la tristezza che s’alza verticale?
Ti vorrei stringere così forte, e ridere e piangere e dire che mai mi rassegnerò a quest’anestesia dolorosa e sorda.
Ma non so più fare gesti d’amore.
Non li so contenere più.
Restano solo intenzioni abortite.
L’istinto messo a tacere perché maleducato e sconveniente.
Vorrei partire per arrivare da te e dirti che vorrei, in quel momento, soltanto essere lì con te.

Insomma, sto cercando di dirti che mi sento oppressa da quest’inutile lottare.
Lottare contro chi o cosa; lottare in modo che possa attaccarmi all’idea che c’è un nemico.
Ma io so che la mia unica amica e nemica sono io, e che tutto origina da qua dentro.
E spendo energie e fatiche per cercare di dimenticarmene, senza però riuscirvi.
E talvolta avrei bisogno di te per raccontarti tutto questo; perché di ritorno avrei la tua delicatezza, il tuo pensiero, la tua instabilità.
E mi renderebbe felice, condividere.
Ma non so più essere felice; ho eretto le difese e non passa più niente; né noia, né gioia.
E questo mi consente di non essere nemmeno infelice.
Sono diventata un essere anafettivo per paura.
Un’utente bulimica di tivù, di discorsi senza nutrimento, di pensieri troppo farciti di autocommiserazione e autoreferenzialità.

C’è un senso di inutilità che mi pesa e mi schiaccia senza sosta.
Un vortice che mi coinvolge e rapisce perché vuoto.
Il desiderio di pienezza che mi stomaca.
Vorrei poter non pensare che ogni cosa non fatta è perduta; e che ogni errore mi stordisce amplificando come un’eco il mio rammarico.
Vorrei non aver bisogno di scriverti questa lettera ma sarebbe soltanto l’ennesimo bluff.

Perdonami se ti coinvolgo in questa mia intima dichiarazione di disfatta ma non so fare altrimenti.
Procrastinare la verità sarebbe riproporre ancora la messinscena che mi ha ridotta così, stremata e condiscendente al desiderio.
La schiavitù sembra essere la mia sola possibilità di salvezza.
Solo così mi sentirò come tutti gli altri.

Concludo, non preoccuparti. Lo faccio non tanto per dirti che non ti devi preoccupare per me, che non sto pensando di morire, che non mi dispero più di tanto, tanto meno in modo eclatante: anzi, magari riuscissi ad andare oltre i pensieri, passare ai gesti, rompere qualcosa, piangere di gusto, disperarmi come dio comanda. No, sto qui e scrivo agli amici, come fossi inerte e incapace di una qualsiasi reazione.
Stamattina ho aperto la finestra, era ancora prestissimo, stava facendo chiaro. In giro non c’era nessuno e l’aria mi ha colpita in faccia: un’aria fresca, allegra, fragrante. E ho teso un po’ l’orecchio per ascoltare il nulla, così bello e raro. C’erano gli uccellini che cantavano, non so se salutavano me o se comunicavano tra loro; ho sentito una delicata commozione, un respiro di vita, un accenno di speranza. Ebbene, a quell’esordio di piccola gioia, mi sono sentita stupida. Una stupida che non riusciva a capire se quella fosse l’alba, o il tramonto.



Naturalmente, ognuno è libero di interpretare questa lettera come crede.
Inoltre mi piacerebbe, nel mio prossimo post, rispondere.
Ma la mia vita è un forse, e magari domani sarà un però.
Cristiano Prakash Dorigo

martedì 24 aprile 2012

crisi a nord est


Sono seduto di fianco all’ingegner Vocina, coi suoi baffetti, i suoi vestiti niente di ché, la sua ventiquattr’ore, la sua evidente inutilità. Di fianco a lui, ma lui non la vede- non vede niente di norma, nemmeno lo scorrere della vita; nota solo i suoi grafici, le sue pagine noiose, la sua monotonia-, tutto preso com’è a pensare che preferirebbe annoiarsi in pensione, una ragazza che è la rappresentazione della voluttà. Non si tratta solo del corpo, dei lineamenti, entrambi perfettamente consoni a sogni segreti, quanto della luce che all’interno dell’azzurro meraviglia degli occhi, le illumina lo sguardo suo malgrado. Quando ti guarda distrattamente, lei non sa di essere ciò che è: si crede una normale ragazza che studia, che fa le sue cosine con impegno, che si applica e si prende le sue distrazioni nel miglior modo possibile. Ad un certo punto si libera un posto e l’avvocato Costoletta, con slancio cavalleresco le cede il posto che sarebbe toccato a lui; gentilezza che l’ingegnere non conosce, non pensa, non si preoccupa di concederle udienza.
Procediamo per la solita tratta di pendolari schiavi che si credono liberi solo perché credono di determinare le proprie scelte in fatto di mobilio a rate, auto a rate, casa col mutuo, canali televisivi da scegliere. Il tempo scorre, scandito dalle stazioni della sterminata suburbia del nord est, dai minuti che mancano all’inizio delle attività cui ciascuno è destinato.
Improvvisamente, mentre ognuno è occupato nelle sue attività tipo lettura del giornale, del libro, della chiacchiera libera, della telefonata, del post su fb o twitter, si sente il sibilo altissimo e rabbrividente della frenata del treno. Al contempo si sente un sottofondo strano, una specie di strcrcchchcrccch , impronunciabile onomatopea che somiglia a quando con un grande peso si schiaccia qualcosa: si pensi, ad esempio, a quando con le ruote dell’auto si calpesta la carcassa di un gatto morto.
Quelli come me seduti dando le spalle al senso di marcia vengono schiacciati come poster al sedile; quelli seduti di petto al senso di marcia, vengono catapultati come lanciati con una fionda verso quelli seduto di fronte. Riesco a vedere l’esile avvocato Costoletta alzarsi in volo come non ci fosse gravità e sbattere contro la parete opposta, e con lui i molti pendolari che soggiornano in corridoio ogni mattina.
La bellissima fata turchina affusolata mette le mani davanti a sé per ripararsi, mentre l’ingegner Vocina devia il suo arrivo, verso di me. Me la trovo spiaccicata addosso, le sue meravigliose morbidissime tette ad altezza bocca, un ginocchio sullo sterno, un piede sul ginocchio, il suo sguardo di puro stupore sul mio. Intorno panico, grida, mugugni, bestemmie, lamenti, pianti. Siamo tutti schiacciati gli uni sugli altri, il disagio, il panico, lo shock, le lacrime, il sangue, il vomito, l’estasi.
Sono l’unico che si gode l’incidente, sento il suo odore di ascesi, la sua morbidezza, la sua tenace innocenza schiacciarmi.

Siamo ormai fermi da un’ora: ambulanze, polizia, vigili del fuoco, carabinieri: circola una voce: un imprenditore e i suoi sette operai si sono buttati da un cavalcavia poco prima che arrivasse il treno. La crisi ha prodotto, nle primo trimestre del 2013, quattrocento morti suicidi.
Il nord est è l’area europea con più alto numero di suicidi, superiore a Grecia, Spagna, Francia, Portogallo.
Ricordo un servizio di report in cui si vedeva un finanziere che si fregava le mani alla notizia della catena di default europeo.

Cristiano Prakash Dorigo

domenica 22 aprile 2012

Manuel Agnelli e homo sapiens nord est in padania


Qualcuno conosce Manuel Agnelli di persona? O uno dei componenti degli afterhours? O se non personalmente, sa dovrei potrei recapitargli il mio libro?
Non so se è frutto di superbia, di sopra o sottovalutazione, di fantomatiche affinità, ma almeno i titoli, hanno un nesso tra loro: “padania” e “homo sapiens nord est”.

Cosa racconta il mio libro? Non posso e non voglio entrare nel particolare, nello specifico e rivelare il contenuto, ma qualche pensiero a lato, posso esprimerlo. Magari in forma epistolare, come stessi scrivendo proprio a Manuel, persona che non conosco, che non è il mio idolo- non ne posso avere, da sempre-, ma che rispetto e stimo- questo sì, riesco a concedermelo senza sentirmi ridicolo, senza l’appiccicosa brutta sensazione di avere un approccio giovanilistico, che non ho più da decenni-.

Caro Manuel,
credo stiamo uscendo da un periodo storico che aveva i contorni di un incubo travestito da sogno, in cui la verità e la realtà somigliavano a uno stacco pubblicitario, e tutti cercavano di fare di tutto per sembrare qualcuno che somigliava ai protagonisti di quegli spot. Il concetto di carriera, corrispondeva con l’essere sulla bocca di tutti indipendentemente dalla ragione. Il benessere consisteva nell’accumulo di beni inutili e nel poterli mostrare a più gente possibile, a condizione però che non fossero persone indesiderate. Le persone indesiderate cambiavano a seconda della collocazione geografica, ma non mancavano mai.
La padania comprende anche il nord est, e tutti veniamo dall’homo sapiens, anche se spesso, non so se a tutti, ma a me sì, è parso quanto mai presente nel nostro vivere come se “o si fotteva o si veniva fottuti”.
Si è smarrita la coscienza, la consapevolezza che siamo esseri la cui missione è procreare e farsi compagnia. Ci si è infarciti di ideologie, di credenze, di superstizioni, di abitudini; a tal punto, da aver perso il ricordo che eravamo qualcun altro, un tempo.
E abbiamo imparato a correre senza fermarci mai, senza chiederci più il perché correvamo, senza più bisogno di riprender fiato, e soltanto perché ci si diceva che così doveva essere.
E adesso invece stiamo entrando in un altro mondo, in una nuova dimensione. Certo, dovremo morire per poter rinascere, dovremo capire che certe grasse risate non hanno ragione di essere, che non dobbiamo solo consumare ma anche vivere, amarci invece di farci paura, tornare a essere intelligenti e pensanti invece che ottusi e deficienti.
Manuel, non so se il mio libro riesce a raccontare tutto questo, questo disagio, questo manifestare solo sintomi. Lo fa attraverso una galleria di personaggi plausibili, veri, archetipici.
Secondo me, la funzione della letteratura è quella di aprire nuovi spazi, deflagrare o anche solo penetrare dolcemente, a patto che ogni libro ci cambi un po’, ci faccia scoprire nuovi orizzonti, ci apra nuove ferite e ci dia nuove gioie e ci faccia sentire ancora l’amore.
Però, per sentire, per percepire noi stessi e glia altri in termini non di rendiconto, ma di piacere di stare insieme, di scoperta, di completamento, dovremo accorgerci di aver perduto, di aver dimenticato, sotterrato il nostro essere autentici, istintivi, non predatori, sotto strati e strati e strati di inutilità.
È stato un piacere scriverti, Manuel.
Non so se leggerai mai il mio libro e, se lo facessi, se ti piacerebbe.
Ma l’importante è che mi abbia consentito di comunicare con te e con i Manuel che fortunatamente popolano questa nostra parte di mondo che, oltre a essere doverosamente criticata e frustrata, ha bisogno di nuove idee, di nuovi orizzonti, di ritrovare sé.

Cristiano Prakash Dorigo 

sabato 21 aprile 2012

1Q84


In questo periodo ho dovuto scrivere, correggere, collegare, leggere a voce bassa e alta i miei testi, per la promozione del libro.
Quando devo lavorare così, leggo meno, più lentamente, per il bisogno di riposare la mia mente affaticata. Tra l’altro, quando le mie parole diventano più di ogni altra cosa strumento comunicativo mediato dalla mia voce, assumono una fisionomia altra, rispetto a come le ho pensate e scritte.
Faccio un esempio concreto e vi invito a provare un esercizio.
Provate a leggere ad alta voce:
“L'imminenza dell'alba offre un preludio di bellezza irradiando un timido chiarore, intrufolandosi tra il buio e le colline che fanno da barriera naturale alla visuale del sole che sta per alzarsi lentamente.”

Presumo che se avete accettato di provare l’esperimento, vi si siano arrotolate le parole, tra R, L, T, P, B, N, ecc.
In fase di riscrittura funzionale al reading, frasi come queste vanno provate, tagliuzzate, sottolineate, ecc.
Se poi si accetta di tenerle integre, per chi non è un attore, ma un autore che si legge, la riscrittura e le prove diventano ineludibili.

In questi periodi la lettura di altri libri rallenta. Invece di leggere tot libri in tot periodo, ben che vada riesco a leggerne la metà, spesso anche meno.
In questo frangente il sollievo alla nausea- sì, arrivo perfino a provare nausea, fastidio, rigetto nei confronti dei miei testi-, è toccato a 1Q84, libro primo e secondo di Muratami. Un tomo di 718 pagine, cui seguirà un terzo libro che Einaudi lancerà non so quando.
Di Murakami ho letto diversi libri, e ogni volta, la stessa sensazione, confermata anche da quest’ultimo che il marketing declama come il suo capolavoro: se usasse un terzo ( 1/3) di parole in meno, il libro non perderebbe in potenza e anzi, probabilmente, ne trarrebbe giovamento.
Murakami è un autore che consiglio. È uno scrittore capace, fantasioso, nostalgico, malinconico, colto. Le sue trame sono articolate, complesse, mai banali. È forse un po’ lento, talvolta lezioso, spesso riempie la pagina di mestiere, ma non mi sono mai pentito di averlo letto; anzi, quasi sempre ne ho tratto giovamento, a volte però, anche sollievo.
Insomma: 1Q84 ha una trama articolata, una scrittura mai sopra le righe, calibrata, attenta, ma, mi ripeto, in 500 pagine avrebbe raccontato tutto, forse con maggior efficacia.

mercoledì 18 aprile 2012

2001, inizio della decade-nza




Il duemilauno appartiene alla storia dell’umanità.
Questa ha uno strano rapporto col tempo: spesso non si ha la netta percezione di viverla, se non accorgersene, a posteriori, di averla attraversata.
E questo particolare anno ha fagocitato le storie e stigmatizzato il nuovo millennio, posticipando il suo significato metaforico e metafisico, quello del nuovo millennio, all’anno successivo al duemila, offuscandone così il ruolo di protagonista.
E la storia deflagra in me in modo esplosivo, unendo, mischiando la mia storia personale con quella di tutti gli altri. Provo a raccontarla brevemente imbrogliandola, tradendo la cronologia temporale in favore di quella sensoriale.

Il duemilauno è storia condivisa, è di tutti, è marchio indelebile, in quest’epoca di marketing e di merchandising.
La geografia della storia, in quest’anno, immaginando di avere una mappa, ci porta per mano da un posto all’altro dell’occidente ferito a morte.
In tutto il mondo, duemilauno è New York, torri gemelle, svolta degli equilibri di potere, è “caduta verticale con polvere”. Più a sud, in Argentina, i padroni scappavano coi soldi prima che il tracollo colpisse mortalmente un intero popolo proiettandolo, in un attimo, dalla civiltà al baratro della miseria, col conseguente imbarbarimento scatenato dallo sgomento della povertà.
Il duemilauno è anche storia locale, in veste globale; in Italia, duemilauno è Genova, è G8, è morte e repressione, è abuso pornografico del potere.
È anche vetrina internazionale, riscatto dal provincialismo di cui l’Italietta dell’azzurrità e del sorriso, soffre; è stata l’occasione per urlare rabbia, per ostentare forza, per far dire, da ambo le parti, vittime e carnefici a seconda della prospettiva da cui si osserva l’esistenza,  che finalmente sì,  “siamo anche noi protagonisti!”. 
A maggio Berlusconi stravince le elezioni, giusto in tempo per preparare il gisette, dare al suo ministro di fiducia, Scajola, quello della compravendita con vista Colosseo a sua insaputa, l’ordine di proteggere la zona rossa, grazie anche alla collaborazione del vicepresidente Fini, che staziona nella sala operativa delle forze dell’ordine a gustarsi lo spettacolo osceno.
E poi, stringendo geo-grafica-mente la visuale, i morti uccisi dal petrolchimico, da una sentenza mostruosa nella sua banalità e parzialità, nel suo mortificare la speranza di chi si aggrappava a qualcosa che potesse restituire un senso, una ragione, all’inspiegabile logica mortifera dell’economia, di cui si sentivano vittime.
E infine, il focus su un indirizzo di Venezia, sestriere Dorso Duro, settembre.
Sono a casa di mia madre. La malattia, e ancor più la cura, l’hanno ridotta alla semi-incoscienza costante. È seduta in poltrona, le gambe avvolte in diversi strati di tessuto per contenere la continua perdita di liquido che sembra acqua;  liquido amniotico di ritorno, che spurga: che espelle un mare di male.
La tivù è accesa, a tramortire il silenzio che altrimenti occupa tutto lo spazio in modo insopportabile.
I miei occhi rincorrono quella distrazione, come a fuggire dagli altri sensi che invece stanno a contatto con la dolorosa presenza che mi ha generato.
I miei occhi vedono l’aereo contro la prima torre, poi l’altro aereo contro l’altra torre. Poi il crollo verticale di una e poi dell’altra. Poi polvere, una quantità impressionante, talmente tanta, penso, da far sparire, coprendola, quella visione irreale, impossibile, impensabile.
Penso ai morti, sento una fitta ad una gamba, poi all’altra, poi il mio crollo. Torri e gambe crollano in simultanea.
Sento l’intensità del dolore crescere, permeare il mio corpo in modo violento. Sento che una buona parte del mio dolore è privato, intimo, a pochi metri da me, e ha il nome e la forma della persona che mi ha messo al mondo.
Il mio solitario lutto di polvere copre di vergogna, di pudore, tutti quelli che sto vedendo in televisione perché li supera, li annienta, benché ne percepisca la fratellanza, la composizione basica di male e paura.
Il duemilauno è storia.
È la storia di tutti ed è la mia storia.
La storia la si scrive, la si racconta ed è perciò sempre interpretazione soggettiva.
A riguardare il duemilauno dieci anni dopo, l’imbarazzante sensazione di non poter affermare con coscienza che la storia serve da lezione.
Semmai, a confermare che io so, ma non ho le prove. 

giovedì 12 aprile 2012

quando abbiamo organizzato e presentato il libro di Alice Banfi "sottovuoto",  abbiamo letto stralci dello stesso, e scritta e letta una breve introduzione alla stessa.
posto qui l'inizio della serata: ci sono altre tre mp3 in podcast che si possono ascoltare, visitando il sito di rsd.
buon ascolto. per chi è interessato al tema, consiglio la versione integrale: Alice ha saputo dire parole molto importanti ed autentiche.

Cristiano

http://www.radiosandona.it/wp-content/uploads/2012/04/alice1.mp3

martedì 10 aprile 2012

sogni e incubi padani


In un mio racconto c’era un brano che parlava di un ragazzo ( di questi tempi si rimane sempiterni ragazzi) che viveva a nord est, il quale decideva, dopo aver preso atto che un altro “ciclo” di vita si era concluso, che avrebbe dovuto iniziare di nuovo.
Posto poche righe nelle quali racconta “di aver trovato se stesso”…

“E ho trovato me, credo. Che poi non so bene cosa sia sta cosa di trovare sé stessi: mi sembra- giusto per usare parole semplici che so già non riusciranno a spiegare una cosa difficile, anche se in realtà io mi capisco benissimo- come quando magari piove e si sa che anche se si è fradici, entro poco tempo si rientra a casa e ci si farà un bagno caldo. A me pare qualcosa di simile a questo.
Sono sempre vissuto facendo e disfacendo. Il fatto di aver trovato, mi ha persuaso a rimanere.
Benché sappia bene che, ovunque vada, ora ho me.
E mi vien da ridere pensando che è successo a Susegana, nord est, terra e popolo dalla mistica, ben che vada, padana”…

Ne scrivo perché da pochi giorni è iniziata la querelle giudiziaria leghista: cominciata in Lombardia, regione virtuosa, ricca,  ciellina, corrotta.
Questa indagine farà uscire una verità che tutti conoscevamo, la cui conferma però, al solito, sconvolge come fosse inattesa. Quando dico “sapevamo”, sostengo una triste realtà a cui siamo cinicamente abituati: il potere corrompe, a prescindere, è diventato un triste luogo comune.
L’Italia, negli ultimi decenni, si è ripiegata su se stessa, ha accettato la logica che tutti possono avere un’opportunità, indipendentemente dalle virtù, per una sorta di fortuna: se nasci figlio di, se sei amico di, sa vai a letto con, e tutta una serie di altri se.
Il degrado civile, la “bistorsione” morale, le facce e i corpi di vecchi che usano facce e corpi di giovani come trofei, passatempo, antistress; la collocazione in posti strategici di personaggi caricaturali, dalle competenze inesistenti, dall’incapacità di formulazione di un pensiero compiuto, hanno trasformato una nazione in un territorio occupato da risate grasse, da insulti a raffica, da toni urlati, da metafore sessuali adolescenziali.
Un’ubriacatura di godimento, una barzelletta i cui personaggi fanno ridere e piangere hanno riempito i canali comunicativi, slabbrato menti stanche, afflosciato ogni resistenza.
In questo climax, tutto è possibile: anche l’impossibile.
E allora i capetti rinvigoriti dall’ebrezza di un potere onnipotente,  hanno fatto a gara nel prefigurare mondi. Alcuni somigliavano a un luna park sempliciotto, pacchiano, dove la meraviglia è colorata, luccicante, abbagliante. Altri invece descrivevano potenziali libertà.
Già, benessere e libertà.
Il benessere cos’è?
La libertà da cosa, e di fare cosa?
Mai una risposta seria, solo slogan, promesse, neologismi.
Padania non esiste, eppure non ho saputo non scriverne; io che me ne sentivo immune, che mi credevo capace di parlarne senza cadere nella trappola di quella grammatica sgrammaticata, di quella sociologia e antropologia circense, di quella psicologia da primate.
Anch’io ho scritto di “mistica padana”.
Anch’io ho concesso alla mia intelligenza di prendersi una vacanza nella Milano da chiavare.

Cristiano Prakash Dorigo

lunedì 9 aprile 2012

viaggi che non si raccontano


il tema era il "viaggio". 
ci sono viaggi che non si raccontano mai, ma a volte sì.



Mia madre insisteva con forza. Più era debole, fragile, sola, più s’impuntava e insisteva. Lo sai che tuo cugino è già andato, che se la cava bene, diceva sempre. E io rispondevo che era vero, ma che non potevo andare così, senza sapere cos’avrebbe fatto lei, da sola, senza appoggi, senza un uomo che la proteggesse.
E lei diceva che non dovevo preoccuparmi, che i parenti le sarebbero stati vicino. Vai, è il tuo viaggio: ti aspetta! Nel nostro quartiere abitava uno che prestava i soldi: non si parte per un viaggio,senza; e lui te li prestava. Bisognava però pensarci bene: guai a non restituirglieli, e con gli interessi: avrebbe perseguitato tutta la famiglia,nessuno escluso, senza pietà. Per arrivare al punto ics bisognava partire almeno un giorno prima. Mia madre mi ha preparato il bagaglio. Abbiamo preso uno zaino, perché è grande come una valigia ed è più comodo da portare in viaggio. L’ho abbracciata forte, le ho giurato che l’avrei chiamata appena arrivato; ho nascosto il mio viso al suo sguardo perché un uomo non si fa vedere quando piange. Lei invece
non si è nascosta e mi ha dedicata la più bella poesia d’amore, coi suoi occhi. Volevo chiederle di dirmi la verità, sapere dove fosse mio padre, perché era sparito, ma ho taciuto: le avevo promesso di non parlarne più, e io mantengo le promesse. Il suo ultimo gesto è stato una carezza delicata sui miei capelli neri come la notte, come amava ripetere lei quando ero bambino. Sono partito. Ho attraversato la pianura arida, il deserto, con un pullman vecchio e rumoroso, così pieno di gente che quasi mancava l’aria. Eravamo tutti
sudati,stufi, tramortiti dalla polvere, dalle buche, dal caldo insopportabile. Alla frontiera bisognava mettere un po’ di soldi dentro il documento e si passava senza problemi. A me è andata bene; a molte persone, soprattutto alle donne,invece, è andata male. Le hanno lasciate lì, al confine, senza documenti, senza bagaglio, senza più niente. Qualcuna invece, è stata portata via, dove si dice che, se gli va bene, escono sfigurate, incinte, ma vive. Se una di queste fosse mia sorella, mia cugina o mia madre cosa farei? Non mi sono risposto: ho solo chiuso gli occhi e pregato che certi brutti pensieri non mi toccassero più. Quando sono arrivato in centro città, sono andato al mercato, mi sono mischiato alla folla, ho camminato tutto il
giorno da un banchetto all’altro, cercando di non farmi notare e tenendo sempre stretto lo zaino. Quando ha iniziato a calare il sole, aiutato dall’odore di salso, mi sono incamminato verso il mare. Non avevo più molto tempo, non potevo permettermi di sbagliare posizione, né parlare con nessuno: mi avevano avvisato che qui è pieno di spie della polizia che, in cambio di poco, o perché costretti, denunciano chiunque. Ho raggiunto la spiaggia, invisibile come tutti quelli come me. Ci siamo tutti nascosti tra gli alberi in attesa del
segnale. La spiaggia era immobile, il mare era un tappeto nero, il cielo, dapprima luminoso di stelle,si è via via incupito fino a sparire nel suo stesso buio. Il rumore delle onde si faceva sempre più rabbioso, il vento
sparava la sabbia con violenza,l’elettricità dell’aria s’accoppiava alla nostra tensione. All’improvviso il segnale. Dei colpi di luce che ondeggiavano al largo. All’improvviso siamo usciti di corsa, a decine: visti dall’alto saremmo sembrati formiche. Abbiamo raggiunto il peschereccio superando onde sempre più violente. Una volta saliti a bordo, tutti seduti sul ponte, gli spruzzi del mare, il gonfiarsi del vento,la pioggia che iniziava a scendere violenta. Il mio ultimo pensiero a te,madre, che mi proteggi col tuo amore che, lo giuro, ricambierò coi fatti: coi soldi per la casa e per il debito. Tornerò per rimanere: mi sposerò e farò figli che saranno nipoti felici. Sperando passi in fretta questa notte di tempesta. Era l’agosto del 2008 e dei 78
eritrei imbarcati, ne arrivarono 5: gli altri 73,annegati.