venerdì 15 giugno 2012
Calcio, froci, distacco
Il mio rapporto col calcio è molto semplice: m'importa ma sega.
Detto questo, quanto segue può suggerire la superflua ingerenza, o quasi lo snobismo di chi predica in quanto non coinvolto. Forse è così, forse. Forse invece, per osservare le questioni della vita, occorre un po' di distacco.
Quando l'Italia vince, provo una piccola felicità passeggera; quando perde, un leggero dolorino estemporaneo: in entrambi i casi, dura meno di un'eiaculazione precoce.
Pensavo all'ultimo episodio con Cassano. Si fa la domanda sbagliata ma in realtà giusta, all'uomo sbagliato ma in realtà giusto; ebbene, tutti sappiamo già il risultato in anticipo, ma ci divertiamo, ci indigniamo per finta, ci riempiamo la bocca per interposta persona di parole come frocio, ci immaginiamo che un culattone approfitti della caduta del sapone di Cassano, e via con immagini di questo tipo che ci fanno sorridere e dimenticare, per un momento, che stiamo di merda, che stiamo fallendo, che siamo dei cavernicoli evoluti grazie al sapone e al deodorante.
E non riesco a dimenticare che Cassano o Buffon o chi per essi, guadagnano come decine e decine di lavoratori, non sanno niente della vita, non giovano a nessuno, se non a quel sistema che ci vorrebbe soddisfatti e mansueti per un goal.
Ma io sono pesante, non mi abbandono mai alla risata, che è terapeutica, che fa bene, che rilascia endorfine.
No, io rido.
Ma non di queste cazzate.
E non sono indignato, ma appena un poco al di fuori della logica comune.
E non mi sento solo, anzi.
Cristiano Prakash Dorigo
mercoledì 13 giugno 2012
Esami di terza ed educazione da manuale
Primo giorno d'esami di mia figlia, prova di italiano. Quattro ore di tempo per scrivere il tema. Tra poco torna a casa e mi racconterà; per l'occasione ho preso ferie, vorrei starle vicino, ma non troppo.
C'è un'immagine molto efficace di quello che dovrebbe essere il ruolo del genitore, durante la pre e l'adolescenza: essere presenti, pronti, disponibili, ad accogliere, ma anche a lasciar andare.
In questo periodo preparatorio, calma, scoramento, ansia, felicità, aspettative, illusioni, paura, si sono mischiate in modo convulsivo, smascherando parimenti debolezze e forza.
Se penso a me in relazione a mia figlia, vorrei più di ogni altra cosa diventare un genitore che le consenta di essere quello che è, che l'aiuti a orientarsi, che si sottragga quando gli viene fatto capire che è meglio stare in disparte.
Ma questa è una figura retorica, da manuale di psicologia, da esame di pedagogia. La realtà è altro: è attrito, incapacità di trattenersi, è troppo amore che fa diventare ridicoli, è desiderio che sia felice, è apprensione; in realtà, è tutto ciò sì, ma in maniera mitigata, in modo non troppo invasivo, è educazione di manica larga, è dialogo fecondo e insulso, è visita a musei e mostre, è consigli di lettura, è discorsi schietti.
Insomma, io mi diverto molto e mi piace stare con lei, pur essendo tendenzialmente un solitario.
Il discorso sulla scuola sarebbe troppo lungo e lo tralascio.
Ora è pomeriggio e concludo, non prima di aver fatto un esempio su quanto, comunque sia, mia figlia è, suo e mio malgrado, irrimediabilmente figlia di suo padre.
Tornata a casa mi ha raccontato delle tracce: ce n'erano tre e lei ha scelto quella del diario. Mi diceva che una sua cara amica, molto brava per altro, abbia scelto la traccia che sapeva essere la preferita dell'insegnante, per non essere penalizzata nel voto. Lei invece, benché lo sapesse, ha scelto quello che le andava.
In questo, mi fa da specchio.
Cristiano Prakash Dorigo
lunedì 11 giugno 2012
La ritmica del testo
Spettabile blogspot, scrivo per sottolineare una problematica che forse potrà sembrare effimera, ma non lo è. E non sostengo questo per difendere le mie idee, ma per l'importanza della questione: la letteratura.
Non sto a disquisire sulla letteratura, sulla sua storia, regole, tradizioni. E nemmeno in particolare sui miei testi che a tutt'oggi non so se ne siano degni. Dico in generale, come attenzione propositiva. E vorrei iniziare dall'impaginazione.
L'impaginazione è tutto, in particolare per quanto concerne le poesie, le canzoni, o i presunti tentativi di costruirne una.
Così come la punteggiatura, il ritmo di un componimento breve, lo dà l'a capo.
l'endecasillabo ad esempio, se viene scritto tuttoattaccato, che roba è?
Il blog tradisce questo intento; sembra cedere a regole di efficenza, rispondere a criteri di produttività, e compatta il testo.
E allora che fare? Si riesce a risolvere la questione o si deve scrivere rinunciando alla propria intenzione ritmica?
Sarebbe molto importante per me saperlo, capire, approfondire. Giusto per sapermi regolare, per sapere cosa mi posso permettere di postare, magari dopo titubanze, incertezze, tormenti.
Vorrei venisse rispettato il formato che piace a me, che ho deciso, e che solo così può esistere.
Grazie,
Cristiano
Da quando non ci sei
Da quando non ci sei
Tutto è come prima
Niente è più lo stesso
Mentre la vita gira
Nell'illusione di verità
Nell'apparenza solida
Io sono testimone
Lascio passare il tempo
Mi illudo non mi manchi
Son bravo a raccontarmela
Eppure a tratti cedo
Mi concedo alla tua assenza
Ho bisogno di scriverti
Ho bisogno di pensarti
Ho bisogno di lasciarti andare
Ho bisogno di scansarti
Son diventato bravo sai
A sfiorare l'essenza
A scansare l'ovvietà
Ad abitare i miei alibi
Ho ridotto tutto all'osso
Tagliati i miei bisogni
Mi nutro della certezza
Che basta poco e non basta mai
I conti con la realtà
Li rimando a domani
L'unica certezza adesso
È che non ci sei più
Ho bisogno di scriverti
Ho bisogno di pensarti
Ho bisogno di lasciarti andare
Ho bisogno di scansarti
mercoledì 6 giugno 2012
Decalogo di buone ragioni per
Ricevo da Gino e pubblico volentieri
...
Decalogo, ovvero dieci buone ragioni per comprare "homo sapiens nord est"
1- la prima ragione è che si tratta di un libro insolito, raro, e che perciò si presta al vanto di possedere un libro insolito e raro
2- per comprarlo si deve aver prima assaggiato, in quanto si è assistito a un reading, performance, ecc., e quindi si sceglierà scientemente
3- è un libro che non ha possibilità di entrare in classifica, di vendere molto, di sfondare. E per questo può offrire a chi lo possiede la sensazione di possedere una rarità
4- è un libro indie, fuori dai circuiti commerciali classici in quanto l'autore ha insistito per essere lui stesso a proporlo e distribuirlo
5- descrive un territorio, ma in realtà racconta anche la condizione umana nella sua dimensione profonda, al di là della sua condizione geografica
6- si inoltra negli abissi, nei sintomi, nei labirinti umani, concedendo alla leggerezza americana di Calvino uno spazio minimale
7- è lontano dagli standard piacioni e moderni, non è di genere, non fa ridere, non ha colpevoli da scoprire
8- parte dal presupposto che il nostro peggior nemico coabiti nello stesso nostro condominio, e presuppone che siamo noi stessi
9- sostiene che per rinascere si debba prima morire, e che questo sia possibile nonché auspicabile
10- l'autore merita
lunedì 4 giugno 2012
Anonima scrittura
Cara anonima,
Come sto?
Io chiedo a me stesso come sto; e invece di sottolineare la stranezza, la considero un’azione normale, per non dire addirittura virtuosa.
E allora provo a rispondermi.
Quando vivo e penso e agisco, spesso lo faccio a compartimenti stagni. Da quando me ne sono accorto cerco di essere più attento a questo sistema così disarticolato.
Guardo con la lente d’ingrandimento i pensieri, gli agiti, le parole, il corpo che comunica.
Osservo i meccanismi non per cambiarli, ma per conoscerli.
Questo mi fa essere lucido: non razionale o cerebrale; semplicemente più accorto e sensibile.
Non so cosa fare.
Scrivere, leggere, comunicare.
Con chi, perché?
Per non sentirmi solo?
Ma io non mi sento solo nel senso comunemente inteso.
Io lo so che sono solo; da molto, e non solo me ne sono fatto una ragione, ma lo apprezzo sinceramente, la sento una condizione di privilegio. Come un dato di fatto ineluttabile che non può che essere scaturigine.
Ripartire da questa consapevolezza, intendo.
Vorrei riuscire a parlarti della verità; almeno di una parte di questa; di avere la sicurezza che quello che sostengo, lo è. Ma non ne ho alcuna che possa ritenere sicura, incontrovertibile, palese e certa.
Se non quella appena enunciata: sono solo e da ciò riparto.
Ne ho invece molte di estemporanee, incerte come i fenomeni che le hanno provocate. Credo infatti che ciò che avviene per reazione sia contingente al fatto, e non un qualcosa di fondante, solido.
Io ti ferisco e tu reagisci ferendomi a tua volta.
Ho mal di pancia e critico un’altra persona solo per questo.
Mi sento arido e vuoto e rimetto tutto in discussione.
Avrei voglia di scrivere molte pagine sulla crisi dei quarantenni e sono fermamente deciso a farlo. Sogno quest’operazione come il mio primo romanzo.
Un romanzo, io. Non mi sembra vero. Fino a poco tempo fa credevo non sarei mai riuscito nell’operazione: non ho il fiato, sono vittima della mia stessa urgenza di raccontare piccole storie; perché ce ne sono troppe, di storie da raccontare. Ognuno di noi è portatore di una breve storia e la curiosità mi spinge, onnivoro e ingordo, a scriverle tutte.
Se ti vedo camminare, pensare, se osservo come vesti, se ti guardo negli occhi, se stiamo un po’ insieme, trasformo quel che sei in una piccola storia. Non proprio quel che sei; quel che io immagino, ascoltandoti e guardandoti.
Che ti devo dire, lo so che a dirlo così sembra un’ossessione. E invece non lo è. È un'ulteriore accettazione: quella di essere soli di cui ti scrivevo prima, è comune a tutti; questa è più personale, e concerne il mio essere uno che scrive. Non vorrei venir frainteso: non dico che scrivo bene o male, che sono uno scrittore o vanità simili: sono più semplicemente una persona che ha trovato il suo modo di convivere con le proprie inclinazioni in modo creativo. Non ho pretese, non devo convincere chicchessia, non mi interessa diventare un personaggio. A me interessa unicamente avvicinarmi il più possibile a ciò che sono, e dopo tanti anni, molti tentativi, innumerevoli fallimenti, ho trovato il modo.
Se penso che mi hai scritto per errore, e che, guarda un pò, la questione non si è fermata lì, ma ha continuato fin qui, mi convinco che le coincidenze sono casuali anzichenò.
Ora chiudo e invio.
Sai dove trovarmi.
domenica 3 giugno 2012
Venezia, report e magna magna
Ho visto in ritardo il servizio di Report su Venezia, e forse sono fuori tempo massimo, eppure a mio avviso val la pena di non far finta che niente sia stato detto. L'impressione che ne ho ricavato, è che il malcostume, se non proprio il malaffare, sia l'abitudine consolidata, accettata, taciuta, e nemmeno più messa in discussione.
Confesso che vedere la città in cui sono nato, in cui ho vissuto, cui presto tornerò e che amo, che consideravo diversa e unica nella sua specificità, e con questo intendo anche come laboratorio politico e civile, ridotta a un comitato d'affari de noantri, compresi quelli che da anni si fregiano di essere alternativi a non so cosa, mi ha ferito in modo definitivo.
Chiedere risposte, pretendere spiegazioni, volere che tutto cambi, a questo punto, e con questi protagonisti mi pare un'ingenuità perfino più imperdonabile di aver creduto che un altro modo fosse possibile.
Capisco quelli che si attaccano al primo che passa e promette di essere qualcos'altro, e lo votano. Di certo non si potrà rivotare un sindaco che sorride dinnanzi al disastro, che alza le spalle e ammicca come si parlasse di argomenti che non gli competono. Di certo sarà dura pensare che esiste un'opposizione credibile, e che i cosiddetti alternativi non abbiano saputo, salvo poi agitarsi quando conviene.
Temo che anche per Venezia, come più in generale per l'Italia tutta, tapparsi il naso non sarà sufficiente a fermare la puzza di marcio; frase a effetto bruttissima, ma quanto mai attuale e veritiera.
Mi chiedo se la democrazia sia ancora il governo del popolo, lo strumento per determinare e attuare le proprie scelte, o se non sia piuttosto un modo di scegliere questo o quel gruppo di potere.
Una domanda che credevo non mi sarei mai dovuto fare, le cui risposte sono sempre più prossime allo sconforto.
Cristiano Prakash Dorigo
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